È una commedia che deriva dalle novelle “La Signora Speranza” e “Non è una cosa seria”. Fu rappresentata per la prima volta al Teatro Rossini di Livorno , il 22 novembre 1918, dalla Compagnia di Emma Gramatica.
La trama si basa sulla paradossale decisione presa da Bruno Speranza, dongiovanni impenitente, di prendere moglie per non correre il rischio di sposarsi: vale a dire contraendo un matrimonio apparente, valido solo sul piano giuridico. Il singolare espediente eviterà infatti a Bruno - appena scampato alla morte nell'ennesimo duello con un "mancato cognato" - ulteriori rischi matrimoniali, con relative complicazioni, vista la sua natura volubile che lo porta ad innamorarsi con estrema facilità ma poi, altrettanto rapidamente, a stancarsi del rapporto.
La moglie prescelta è Antonia, proprietaria di una pensione, donna umile e sottomessa, convinta di non esercitare nessuna attrattiva sugli uomini. E se per Bruno il matrimonio con Antonia non è certo una cosa seria, è serissimo il patto che stringe con lei di consentirle una vita serena e agiata in una casetta di campagna di sua proprietà, sottraendola alle fatiche del lavoro.
Questa decisione porta lo scompiglio tra gli “avventori” della locanda di Antonia, che cercano in vari modi di dissuaderla dall’accettare una così assurda proposta.
Ma la volubilità di Bruno lo porterà, alla fine, ad innamorarsi veramente di Antonia che, da donna insignificante e trasandata, diventerà bella e desiderabile. Egli si renderà conto, dopo aver rincorso donne superficiali e leggere, che vale la pena di trasformare quel matrimonio in una cosa seria.
Le caratteristiche particolari di tutti i personaggi porteranno il pubblico ad appassionarsi alla vicenda e ad immedesimarsi in ognuno di loro, parteggiando ora per l’uno ora per l’altra, vivendo attraverso una rilassante comicità un percorso di vita ancora oggi molto comune.